Il marchese di Roccaverdina


Luigi CapuanaRegistrata alla SIAE il 20 ottobre 2000 n° 842780A

Archivio n° 78

Ridurre per le scene “Il marchese di Roccaverdina” è stato per me come sparare ad un obiettivo mobile. Il romanzo di Luigi Capuana, infatti, appartiene a quel tipo di opere che per la genialità dell’impianto e la sapienza della scrittura mal sopportano di essere collocati in un genere ben definito, per la disperazione di quei critici che, al contrario, lo vorrebbero docile e rispettoso delle loro ansie sistematiche. Di quei critici che non si distinguono molto dai fabbricanti di teche per reliquie, il cui unico scopo sembra essere quello di evitare che il dente di Santa Orsola si confonda con la falangetta di Sant’Ilarione.

Scherzi a parte, è mia intenzione farvi riflettere sulla natura alquanto inafferrabile di questo libro, che si vuole costituisca un caposaldo della narrativa “verista”, e invece, ad un’esplorazione più attenta e capillare, non è soltanto questo ma molto di più.

Opera che al principio non disdegna di venire imparentata in qualche maniera con il giallo di mestiere, col progredire dell’azione assume sempre più le dimensioni di un severo e impietoso ritratto di un’epoca e dei suoi protagonisti. Ma sarebbe più opportuno dire del suo protagonista, “Il Marchese di Roccaverdina”, essendo uno di quei libri che gravitano attorno ad un personaggio unico, il quale si fa unità di misura dello spazio narrativo e delle vicende entro le quali si muove, nonché della scrittura adottata dall’autore nel relazionarci sui suoi movimenti.

Il fatto vi è noto. Già travolto da una passione che è giunta al punto da offuscargli per un istante la ragione, il protagonista dell’omonimo romanzo viene ben presto a trovarsi in un groviglio di contraddizioni con l’ambiente che lo circonda, e che egli vorrebbe risolvere sbrigativamente, con l’improntitudine di certi signorotti di manzoniana memoria a cui pare lecito tutto.

Ma gli alibi che di volta in volta si crea per giustificare il suo operato sono destinati a sgretolarglisi tra le mani come argilla, con la conseguenza che le contraddizioni di cui sopra si interiorizzano, fino a diventare strumento di tortura dell’Io.

A questo punto, dunque, non ci troviamo più di fronte ad un uomo in conflitto con il mondo in cui agisce, bensì di fronte ad un essere umano (e la distinzione fra uomo ed essere umano non è casuale) la cui personalità si frantuma, incalzata da una coscienza che si dimostra più forte di qualunque voce intenzionata a metterla a tacere.

La parola “coscienza”, a mio avviso, basta da sola a rilevare detta opera dal contesto naturalistico in cui la si vorrebbe rubricare, per collocarla alle soglie di quel romanzo moderno, costruito attorno ad un nodo psicologico, se non proprio psicanalitico, che di lì a poco troverà in Pirandello il suo più abile tessitore. Non a caso, infatti, lo scrittore drammaturgo di Agrigento amò considerarsi allievo del Capuana, e nel dedicare a lui il suo primo romanzo “L’esclusa” ne dette la più eloquente dimostrazione.

Ove non bastasse, a sostegno della complessità de “Il Marchese di Roccaverdina”, nonché della personalità problematica ed esistenziale del suo autore, va considerato che egli fu uno dei primi italiani a leggere i capolavori russi. Padronissimi, dunque, di intravedere, ad esempio, nei sensi di colpa del Marchese gli stessi che attossicano l’esistenza del protagonista di “Delitto e Castigo”.

Le poche note qui fornite non pretendono di avviare un discorso critico su Capuana e il suo capolavoro, non essendo questa né la sede né l’occasione; ma sono, sempre a mio avviso, la migliore testimonianza delle difficoltà da me affrontate (e superate, mi auguro!) nel trasportare “Il Marchese di Roccaverdina” dagli scaffali delle vostre librerie alle scene del Teatro Stabile di Catania.

PRODUZIONI: Il marchese di Roccaverdina