Le furberie di Scapino


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Archivio n° 84

scapinoNell’accingermi a fornire una nuova traduzione delle “Furberie di Scapino”, ho letto e riletto il testo – come peraltro era doveroso – , ho esitato quel tanto che è d’obbligo nei riguardi di un classico, poi mi sono lanciato. Ma forse occorre che io faccia una premessa.

Il regista Fantoni, che mi ha commissionato l’opera mi aveva raccomandato più di una volta di prendere le distanze dalle traduzioni in uso, a suo giudizio troppo scritte e poco “parlate”. Il linguaggio di Moliere è un linguaggio di palcoscenico, non di una conferenza all’Università della Sorbona. E i personaggi in scena recitano, vale a dire si sforzano di dar vita a passioni veritiere, e non si limitano a declamarle. Altra raccomandazione del regista era stata quella di non trascurare che l’autore ha voluto che l’azione della commedia si svolgesse a Napoli, città – quant’altre mai – nella quale recita e verità si mescolano in maniera inestricabile, dando vita a esperienze che non è semplice rubricare tra verità o finzione.

Ciò premesso, posso dire che ho scartato immediatamente la soluzione di ricorrere al vernacolo, soluzione a mio avviso riduttiva nonché viziata di banalità. Fatta chiarezza su questo primo punto, m’è venuta la tentazione di inventare una lingua esclusivamente al servizio del detto testo e della messa in scena pensata dal regista. E, memore dell’insegnamento di Oscar Wilde, il quale sostiene che il miglior modo per resistere ad una tentazione è quello di cedere ad essa, ho agito di conseguenza.

A questo punto l’operazione mi è sembrata procedere tutta in discesa. Ne è sortita una parlata immersa nel quotidiano, frontale, lontana da ogni proposizione che non obbedisse al principio che il pensiero deve farsi parola immediata, se vuole giungere più presto e più chiaro a destinazione.

In realtà, qualche ostacolo l’ho incontrato, e negarlo sembrerebbe effetto di un accesso di presunzione, accesso al quale grazie a Dio finora non sono mai andato soggetto. Ma il linguaggio inventato per il protagonista mi è venuto incontro offrendomi di volta in volta le soluzioni più adeguate. È un tipo di linguaggio che non ignora il barocco in auge ai tempi di Moliere, ma lo contamina con quello napoletano, altrettanto fiorito, ma sul versante dell’affabulazione, dell’iperbole e del surreale usati come metro della realtà.

Se mi si promette l’impunità, confesso che nel mettere in bocca a Scapino le battute del testo, mi è venuto naturale di pensare a Totò.

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